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Fulvio Biancatelli – Animali Umani Zooartiani

Ve racconto de ‘no Zoo
A dir poco strambo e strano
Nato da chissà qual spermatozoo
‘na vorta c’era pure ‘n tucano
Con un leoncino e ‘na scimmietta
Era ‘na vita maledetta.

Si trovava ad Ortona
Città amena e dar cor gentile
Ma pur sempre bacchettona
Come un pesce in un barile
Che fa fatica anche a capire
Quando un bimbo è pronto ad uscire.

L’imperfetto è usato giusto
Anche se nun se mai mosso
Come se un arzillo arbusto
Avesse poi saltato il fosso
Ma il miracolo c’è stato
Nun se po’ tornà ar passato.

Molti ancora non ci credono
Altri ancor strabuzzan l’occhi
Ma dopo anni di abbandono
La notizia è da rintocchi
Che come l’onda giù dar mare
Continua sempre a propagare.

La trasformazione che c’è stata
Con la forza di sciamani
Ha stravolto e trasformata
L’animali in veri umani
Che lasciati in libertà
Son la nuova umanità.

Io non so com’è successo
E neanche le ragioni
Ma mi sembra un ber progresso
‘Sta nova banda de’ maneggioni
Che artisti in gabbia e fora
Han trovato vita nova.

Se t’affacci all’Orientale
Già li vedi a trafficare
Sempre in mano un ber boccale
E ‘na gran voja a lavorare
Hanno sempre idee nuove
E nulla mai giacchè li smuove.

Gabriele è il Re Leone
Sa sempre quel che deve fare
Lui si lancia nell’agone
Ma a vorte pija le zanzare
Cor pennello è un vero artista
Non posso dì de più…quando s’attizza
Ha seminato un’idea che non ha confini
Come il pane arte, musica cultura e nessuna accezione
Nutre le menti di grandi e bambini
Chi non capisce è un vero babbione
Che poi fa rima co’ grande cojone.

Tommaso tesse relazioni
Cor governo del Palazzo
Co’ interventi e sollecitazioni
Ma a volte non ne tira fori…un cazzo
Ma quel che dice ci rincuora
Dodici anni prima come ora.

Angela è l’amministratrice
Lei raccoglie le fatture
Poi con la calcolatrice
Non trova mai le coperture
Ma se siamo fin qui arrivati
Er merito è dei conti mai sardati!
Ha due palle da lavoratrice
Ma descrive le donne da grande pittrice.

Francesco invece vien dal mare
Come un albero levigato dar vento
Costruisce pesci e uomini coi resti da incastrare
Lavoro e arte sono un sol momento
Le stagioni scandiscono il suo operare
Io lo chiamo “il contadino del mare”.

Antonio è er Re der giardino
Quando passa cor tajaerbe
Nun c’è scampo pe’ er pino
Che je lancia pigne acerbe
Chiamato “il fumo” e so il motivo
Solo er pino non è mai giulivo.

Poi c’è Fisk chiamato Rocco
Cazzo significa non lo sa nessuno
Come il vento di scirocco
E’ sempre er primo ar mio raduno
Mai l’ho visto preoccupato
Men’ che mai un po’ sudato.

Carla è la nostra locandiera
Quando scende cor cavallo
Che è poi ‘na cagna bersagliera
Pasta, sugo e gran timballo
Che manco un po’ mai n’avanza
C’è sempre spazio nella panza
Ma il motivo che sta sopra a tutto
Non è la panza ma l’armonia del gruppo.

Antonietta del mondo ha la mappa
Sulla sua pelle è disegnata
Barra a dritta la nostra chiatta
E ‘na barca a remi già truccata
Quando serve anche ‘na gazzosa
Sorride sempre ed è scherzosa
Ma non è la geografia sulla sua pelle che racconta
Ma soprattutto quello che nella vita più conta.

Antuono non ci ha mai lasciato
Seguiva solo il grande amore
In un quadro incorniciato
Senza bisogno di clamore
Lui che è un vero letterato
Scrive quel’ di noi amato.

Massimiliano è la nostra provvidenza
Quella che a noi già ci mancava
Der digitale la conoscenza
Nella rete noi si arrancava
La pubblicità è il nostro futuro
E’ finita l’epoca der tamburo.

Anna, Ale e le mogli e compagne di tutti noi
Se accanto ad un uomo c’è una gran donna
E sono donne vere di antieroi
Mettemoce la madre e pure la nonna.
Un obiettivo impossibile, bello e sereno
Dopo il frutto colto dar melo
Sarebbe l’armonia co’ l’altra metà del cielo.

Armando è l’ultimo arrivato
Dopo anni de corteggiamento
Ma è anche quello più attrezzato
Per il nostro cambiamento
Di noi si è subito innamorato
E nel nostro porto si è ancorato.

Andrea è l’artista artigiano
Descrive i volti che conosce
Con un iperrealismo fatto a mano
E non lesina ironia col contagocce
Li dipinge con estro disincantato
Ma soprattutto quelli da lui amato.

Massimo produce olio e vini
Di tutto il resto non sa che farne
Ama e vende prodotti sopraffini
Per questo lo chiamano “Scacciacarne”.
Alle donne di noi bucoliche
Preferisce le di voi teutoniche
Che hanno però quel carattere latino
Che bevono birra ma soprattutto vino.

Angelo è sceso al nostro tavolo
Per ricordarci che dei piaceri
Ci siede accanto spesso il diavolo
Che ricorda a noi condottieri
Sono in punta a cinque dita
E per gustarli ci vuol la vita.

Si nasconde camminando a ritroso
Coriaceo fuori e tenero dentro
Ama osservare come me peloso
Schivo e solitario ma mai spento
Combatte per non essere preda
Di carattere non molla la presa
Nemico dei polpi dove non osa
Con pomodoro e pasta sempre si sposa.

Luciano in punta di piedi arrivava
Ma come uno squillo di tromba
Una ventata d’energia portava
Squarcia lo spazio come una bomba
Si arrampica agile come un folletto
Sulla cima del mondo, purtroppo o per fortuna, imperfetto.

Oscar è il filosofo del gruppo
Lui studia lo scibile umano
Per ricondurlo infine al tutto
Il suo aquilone non è un deltaplano
E se lo vedi a dir poco un po’ stranito
E’ perché il sogno di Icaro in lui non è mai sopito.

Federico è l’ultimo nato
Non è alto, grande e da concerto
Non per questo meno appagato
Ma usa la consolle da grande esperto
Come Fonzie ha il lo stesso ciuffo
I pollici in alto e l’aria da “sbruffo”.

Ivano è nato con la “pelata”
Era il cruccio dei suoi genitori
E liscia come una patata
Va la sua musica che aleggia sugli allori
Quando “lavora” col masterizzatore
Cesella note e brani come uno scultore.

Se qualcuno ho dimenticato
O il nome o la sua faccia
Ma insieme a noi ha bazzicato
Le sue vesti non si straccia
Il nostro abbraccio è sempre aperto
Il tuo essere riscoperto.

Degli animali io m’ero dimenticato
Che racconto de ‘sto articolo
Io oggetto de’ modernariato
In mezzo a voi un po’ ridicolo
Ma come si rispetti in ogni famiglia
Il “nonno dei fiori” alliscia le sopracciglia.

Infine un pensiero ar nostro Sindaco novo
Che con coraggio ha messo il suo nome
Accanto al nostro faticoso lavoro
Troppo facile far la rima con Castiglione
Ma adesso dopo la messa
E’ tempo che il miracolo realizzi la promessa.

In questi ultimi anni di passione
C’è stata l’idea degli spazi da allargare
E con pala, badile e piccone
Abbiamo messo mano alla Funicolare
E le ricerche fatte sulla storia
Hanno portato a far riemerger la memoria
Fatta di scalini, traversine e binari
Dimenticati da tempo e a noi cari.
Nuovi eroi sono stati eletti
Primo fra tutti il nostro ing. Ferretti
Seguito a breve dall’ing. Rapino
Che da lassù ci fanno l’inchino
Per aver ricordato ai distratti ortonesi
La fatica, l’estro, l’impegno per loro spesi
L’augurio e la speranza è l’ultima a morire
Che diventi un Museo tra le sue spire.

Chi più ne ha più ne metta
Ecco il presepe di Ortona
In una grande foto color seppia
Una sola immagine fricchettona
Che riscrive la storia della Bibbia
Con Zooart nella greppia.

A proposito di Zooart

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